Il Kosovo: questo sconosciuto

Sono passati ormai 16 anni dalla fine del sanguinoso conflitto nel Kosovo – che ha contato più di ottomila morti tra Serbi ed Albanesi – e le rovine delle città, le voragini delle bombe ed i disordini civili sono un ricordo ormai lontano. Il processo di rinascita della nazione è, però, ancora molto lento; autoproclamatosi indipendente nel 2008, il Paese continua a fare i conti con problemi vecchi e nuovi: economia nei fatti inesistente, governo debole, corruzione, odio etnico, emigrazione di massa e politica strettamente legata alle scelte della comunità internazionale.

Per tutti quelli che non hanno mai avuto modo di conoscere i tristi trascorsi di questa nazione, la lettura di quest’articolo potrebbe essere la giusta
occasione. Il Kosovo, i cui abitanti erano in maggioranza albanesi, era una provincia autonoma della Serbia, regione della ormai ex-Jugoslavia: alla morte del dittatore jugoslavo Tito, nel 1980, l’insofferenza nei confronti della federazione
della penisola balcanica era aumentata al punto da sfociare in chiare rivendicazioni indipendentiste. Nel Marzo del 1989, l’autonomia della provincia – risalente al 1945 quando, al termine della Seconda Guerra Mondiale, venne costituita
la Repubblica jugoslava del maresciallo Tito – venne revocata su pressione del governo serbo, guidato da Milosevic, il quale voleva impadronirsi del Paese, ricco di risorse minerarie e di gas. I separatisti albanesi misero allora in atto una campagna
di resistenza non violenta – guidata dal democratico Ibrahim Rugova, soprannominato “Il Gandhi dei Balcani” – fino a quando, nel 1996, ci furono una serie di attentati terroristici contro obiettivi serbi: fu l’inizio di una vera e propria guerra tra gli indipendentisti e le forze militari regolari che, tuttavia, riuscirono facilmente a reprimere il movimento. I Serbi
miravano ad una sostanziale “pulizia etnica”: in un primo momento, furono chiuse molte scuole autonome, e funzionari ed insegnanti albanesi sostituiti con serbi o filo-serbi;poi aumentarono, in un orribile crescendo, la distruzione sistematica dei villaggi albanesi e gli “stupri etnici” da parte dei soldati del governo di Milosevic. Nel 1999, dopo poco convinti tentativi di trovare una soluzione diplomatica, ci fu l’intervento armato della NATO contro la Serbia: l’operazione, fortemente voluta da Madeleine Albright – Segretario
di Stato dell’allora presidente americano Clinton – fu una drastica soluzione, che con le sue incursioni aeree portò morte e distruzione. Il 10 Giugno dello stesso anno, a poco più di due mesi dall’inizio dei raid aerei, Milosevic si arrese alla distruttiva potenza di “Allied Force”. La fine della guerra ha però dato il via alla massiccia migrazione della popolazione
non albanese, che temeva rappresaglie da parte dei “vincitori”. Oggi, sotto la cenere, il Kosovo mantiene un alto livello di instabilità, legata all’ancora scarsa fiducia nelle istituzioni e alla perdurante divisione etnica. Chiaramente, come riportato anche da molte fonti ANSA, la guerra ha riacceso l’odio etnico tra i due popoli, peggiorando ancora di più una situazione di per sé instabile e creando terreno fertile per il reclutamento da parte delle organizzazioni terroristiche e della
criminalità organizzata. Dai tempi della Repubblica Federale di Jugoslavia, il Kosovo è una delle aree più povere dei Balcani: ha un Pil pro-capite annuo di nemmeno 3 mila euro ed un tasso di disoccupazione superiore al 45%. Il danno peggiore, però, rimane quello dell’emigrazione di massa, legato alla povertà dilagante del Paese. Il Kosovo potrebbe risorgere contando sui fondi e le agevolazioni da parte dell’UE, ma senzaun riconoscimento internazionale – soprattutto da parte di Serbia, Russia e Cina – al Paese rimangono poche speranze.

Leonardo Della Sera

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